Anna Bastelli

Il casalone

Avevo tre anni quando andammo ad abitare al Casalone. Eravamo nel 1946. Il trasloco è il mio primo ricordo, un carro tirato da due buoi bianchi, con un po’ di cianfrusaglie, e io seduta sopra, con mio padre che mi teneva stretta camminando di lato al carro. I contadini che ci avevano dato un tetto in quei due anni, dopo che avevamo perso la casa in un bombardamento, ci fecero l’ultimo regalo con quel trasloco. Il Casalone divenne subito il mio regno.

Era, ed è ancora, una grande casa di campagna, un quadrilatero con gli appartamenti padronali, le abitazioni dei contadini e le stalle. Uno dei quattro lati era allora un mucchio di macerie, crollato per un bombardamento. Noi andammo ad abitare nelle stanze padronali. Quello che era stato il salone più bello della casa, con il soffitto tutto dipinto, divenne la nostra stanza da letto. Ci stavano il letto matrimoniale dei miei e i due letti di noialtri figli, più un piccolo armadio a due sportelli, che era sufficiente a contenere tutta la nostra roba. E poi c’era un comò, lasciato lì dai padroni di casa, con il primo cassetto pieno di cose misteriose e strane, che furono per anni i miei giocattoli e il mio divertimento.

Quella stanza era tanto grande che aveva tre finestre, una però era senza vetri, e mio padre aveva montato sull’intelaiatura della latta ricavata aprendo un bidone di olio. Così io dal letto potevo sognare guardando i fiori e i rami dipinti sul soffitto, e viaggiare con la fantasia insieme all’uomo dell’olio Fiat, che con un passo scavalcava tutta la città.

Quella che fu per noi la cucina era stata sicuramente la stanza da bagno, perché vi era un buco di scarico nel pavimento, che noi tenevamo chiuso con un coperchio, e nel quale vuotavamo l’acqua dei piatti e quella della pasta (che poi era sempre la stessa, nell’ordine inverso, però), e il contenuto dei vasi da notte, che doveva tassativamente essere solo pipì, pena l’intasamento dello scarico.

In casa non c’era l’acqua, dovevamo andarla a prendere con i secchi nel pozzo che era nel cortile, finché, qualche anno dopo, non misero una fontanella sulla strada principale, così abbiamo avuto anche noi l’acqua dell’acquedotto, anche se bisognava sempre andarla aprendere con i secchi.

Per scaldarci avevamo la stufa economica, che funzionava a carbon coke e serviva anche per cucinare, fino a quando non comprammo un fornello con la bombola. D’inverno mettevamo nella stufa i rocchetti, cilindri di carbone che, incandescenti, venivano poi raccolti con le molle e adagiati nelle suore, per scaldare i letti con i preti.

In cucina facevamo anche il bagno. Il sabato ci lavavamo nella catinella di zinco, la stessa che serviva per il bucato.

Il gabinetto era fuori, in un casottino dietro il fienile, e andarci fu sempre il mio cruccio, perché spesso c’era qualche uomo che lavorava nei campi là attorno, e io mi vergognavo se mi vedevano andarci.

Ma il mio far west, la mia jungla personale, fu, per otto anni, il giardino che c’era dietro al Casalone: alberi secolari, siepi per nasconderci, piante di limoni, di cedrina, rose di tutti i co-lori abbarbicate ai muri.

Le famiglie del Casalone divennero la mia famiglia: un giorno ero a fare cavalletti dall’Ersilia, la pantalonaia, un altro nella stalla con l’Ida a tenere stretti i galletti mentre lei li castrava, un altro ancora nei campi, davanti alle mucche mentre i contadini caricavano il fieno sul carro.

E tutti i grandi avvenimenti che si succedevano al Casalone mi videro spettatrice: la trebbiatura del grano, con decine di persone che, come formiche, si muovevano nell’aia attorno alle grandi macchine sferraglianti; la vendemmia e poi la pigiatura, con un via vai incessante di bigonci fra il cortile e le cantine, con un odore inebriante che faceva girare la testa; l’uccisione del maiale, inseguito, atterrato e sgozzato mentre le donne ne raccoglievano il sangue in un tegame.

Oggi il Casalone è diventato un centro sociale, il mio giardino è un giardino pubblico. Io non ci sono più tornata, perché voglio che nella mia mente e nel mio cuore rimangano intatti i ricordi della mia infanzia e di quella grande famiglia che mi ha aiutata a crescere.