Memorie di un partigiano

La storia di Andemio Belardinelli. Tre anni di guerra dalla Grecia alle battaglie sulle montagne genovesi

 

partigiani

«Fui chiamato alle armi il 26 gennaio 1942 e assegnato al 366° fanteria di Vercelli. Quando arrivai non c’erano né le divise né la caserma. Ci misero in uno stanzone con della paglia e stemmo lì due giorni senza mangiare e con dei servizi igienici indecenti. Passai tre mesi durante i quali mi insegnarono a fare il soldato e a usare le armi». A parlare è Andemio Belardinelli, partigiano, classe 1922, nato a Monzano (Ancona) ma genovese di adozione. In un video realizzato dall’Anpi di Genova ha raccontato tre anni vissuti tra la guerra e la lotta partigiana sulle montagne liguri. «Arrivò l’ordine di andare in Grecia, per sostituire la divisione Julia, destinazione Argos – ricorda –. La nave che doveva riportare in Italia la divisione Julia e poi portare noi in Grecia fu affondata, quindi partimmo in treno da Trieste. Impiegammo dodici giorni, anche perché i partigiani di Tito controllavano molte zone della Jugoslavia e quindi bisognava verificare che la linea ferroviaria non fosse minata prima di poter passare. Fu un’odissea con poco cibo e poca acqua».

In Grecia, oltre alla grande miseria ai pericoli della guerra, Andemio deve affrontare anche un’epidemia di tifo petecchiale, che spaventa ancora di più: «Per fuggire dal tifo – racconta – c’erano due possibilità. La prima, fare domanda come volontario paracadutista; la seconda, come carabiniere ausiliario. Venni scartato dalla prima per motivi di salute, mentre venne accolta quella di carabiniere e così tornai in Italia. Dopo il corso a Roma fui assegnato alla stazione di via Milano a Genova».

Ed è qui che vive il 25 luglio 1943, la caduta di Mussolini. «Quel giorno – dice Andemio – fui incaricato di scortare un ufficiale della milizia che comandava una postazione contraerea. Improvvisamente iniziarono a suonare le sirene dei bombardamenti, ma l’uomo non voleva andare nei rifugi per paura di essere riconosciuto. Alla fine lo convinsi, ma accade quello che temeva: la folla lo assalì e soltanto grazie all’aiuto di due robusti vigili urbani riuscii a sottrarlo al peggio».

Poi arriva l’8 settembre, lo sbando, l’incertezza. «I carabinieri in linea di massima si salvarono perché svolgevano compiti di ordine pubblico – prosegue nel racconto –, ma i tedeschi diventavano sempre più arroganti e violenti. Una sera dovemmo intervenire in un bar dove quattro ufficiali ubriachi avevano iniziato a sparare e a distruggere il locale. Arrivammo nel locale, li arrestammo e li portammo in caserma  con l’intento di avvisare il loro comando. All’improvviso, però, uno dei quattro si avventò sul nostro maresciallo tentando di strozzarlo. Uno di noi, allora, gli sparò alla testa e lo uccise. Due li chiudemmo in camera di sicurezza, ma il quarto scappò e diede l’allarme. Eravamo molto preoccupati, bloccammo in qualche modo la porta d’ingresso e salimmo al piano di sopra pronti a difenderci. Dopo mezz’ora arrivarono due camionette di tedeschi che iniziarono a mitragliare la caserma e  siccome non riuscivano a sfondare la porta ci piazzarono sotto due bombe a mano. Noi attraverso una porticina raggiungemmo il tetto di un palazzo vicino e riuscimmo a nasconderci».

Quella volta è andata bene, ma il destino sembra segnato, visto che c’è di mezzo un ufficiale tedesco morto. Per un po’ non succede nulla. Poi un giorno un plotone tedesco piomba in caserma per arrestare, e forse uccidere, Andemio e i suoi commilitoni, ma il caso vuole che nessuno di loro fosse lì. «Io avevo accompagnato la mia fidanzata a fare delle compere – ricorda ancora Andemio –. Una donna che lavorava in caserma riuscì ad avvisare mia suocera e a dirle che non dovevo tornare per nessun motivo in caserma. Il mattino dopo questa stessa donna mi accompagnò al mercato dove c’era un contadino che aveva contatti con i partigiani. Aspettai la chiusura del mercato, poi andai con lui a Neirone, sulle colline genovesi, e mi presentò al comandante partigiano di Giustizia e libertà».

Partigiani_1945

È così che Andemio, il 29 luglio 1944, inizia la sua guerra partigiana: «Eravamo in molti ma avevamo poche armi. Mi venne in mente che a Donega c’era un distaccamento di alpini e così andammo lì per procurarcene un po’. Invitammo anche gli alpini presenti a venire con noi, ma soltanto cinque si unirono al nostro gruppo».

Ad agosto partecipa alla drammatica battaglia di Barbagelata, dove i partigiani subiscono una dura sconfitta, il paese viene bruciato e lui rimane ferito alla gamba da una scheggia di mortaio. «Dopo la battaglia – dice – dovetti mettere in salvo un compagno al quale avevano amputato un piede per evitare la cancrena. Lo lasciai in una casa di contadini che prima erano riluttanti, ma poi lo presero con loro e lì rimase fino alla fine della guerra. Continuai a vagare, ero stanchissimo, ferito, non mangiavo e non dormivo da tre giorni. Trovai un fienile e mi addormentai. La mattina dopo arrivò una ragazza, con alcune pecore, la quale appena saputo che avevo partecipato alla battaglia di Barbagelata andò a prendere pane, formaggio e vino. Poi mi medicò la ferita alla gamba con una garza e dell’alcol e mi fasciò con delle strisce di stoffa ricavate dalla sua sottoveste. Mi portò dei vestiti puliti e mi lavò la biancheria».

Andemio resta in quel fienile per alcuni giorni. La ragazza lo informa degli spostamenti dei tedeschi correndo dei rischi enormi. «Era una ragazza molto intelligente e informata sull’andamento della guerra perché ascoltava Radio Londra –spiega ancora Andemio –. Era molto gentile e buona, e a un certo punto mi venne il sospetto che le piacessi anche un po’. In effetti era così. Un giorno ci dichiarammo la cosa e facemmo l’amore nel fienile. Poi lei andò a casa e dopo un po’ tornò con lasagne al forno, capretto arrosto, una bottiglia di barbera e del caffè. Il tutto preparato da sua madre alla quale aveva raccontato della mia presenza. Ci addormentammo, ma la mattina dopo, al risveglio trovai un’altra persona: mi disse, anche un po’ bruscamente che i tedeschi ormai si erano allontanati, che dovevo andare via da lì e che la sera, quando fosse ripassata, non avrebbe dovuto trovarmi. Io ero ancora intontito dal sonno, non capivo bene, ma la vidi allontanarsi lungo il sentiero e dopo poco sparire dietro la collina».

GUERRA LIBERAZIONE

Si ricongiunge così al suo gruppo partigiano sulle colline genovesi e partecipa ad altre azioni. «Con la battaglia di Barbagelata avevamo perso quasi tutto, ma grazie a un lancio di equipaggiamento americano riuscimmo a riorganizzarci e a fare un’azione importante contro una colonna tedesca. Il 23 aprile ci assegnarono il compito di disarmare e arrestare un gruppo di tedeschi nella zona di Calcinara, che però più che combattenti erano studiosi. Fu una cosa molto semplice e li portammo in una caserma di Sturla. Durante la sfilata del 25 aprile li mostrammo come prigionieri».

Oggi Andemio ha 92 anni, e ha sentito il bisogno condividere questo pezzo importante della sua vita. Si è commosso, anche, e alla fine, rivolto alla telecamera che lo riprendeva ha detto: «Questo volevo raccontare. Se vi ho annoiato, vi chiedo scusa». Ma davvero storie così possono annoiare?