L’8 settembre raccontato da chi quel giorno lo ha vissuto

L’8 settembre 1943, alle 19,42 il maresciallo Pietro Badoglio, nuovo capo del governo, annuncia dai microfoni dell’Eiar l’entrata in vigore dell’armistizio firmato con gli anglo-americani il giorno 3 dello stesso mese (conosciuto come l’armistizio di Cassibile). Per molti italiani sembrò la fine della guerra. Non fu così. Passarono quasi due anni, terribili per la popolazione italiana, prima della Liberazione dal nazifascismo.

Vincenzo Ciafré, Angelina Brasacchio e Anna Maria de Lena Pavcovich nei loro diari – (Arecurdenne Quando l’Italia non era ricca (e furba), Il vestito della sposa e Tonio – finalisti del Premio letterario LiberEtà, raccontano il loro 8 settembre. Un giorno qualunque che si trasformò in un evento storico.

LA RESISTENZA

Il reclutamento in piazza

Il 26 luglio ‘43, convinto che ci sarebbe stata una lotta dura contro tedeschi e fascisti, insoddisfatto dei pochi legami politici che avevo a Siena, convinto che avrei potuto meglio affrontare i rischi che intravedevo tra la mia gente e nella mia terra, decisi di dimettermi dal lavoro presso l’Istituto “Duca degli Abruzzi” e dopo due giorni feci la mia valigia e ritornai a Nereto.

Sentivo che la frequenza accademica era poco importante: importante era difendersi dai tedeschi e uscire dalla loro guerra. Importante era conquistarsi la libertà che il crollo del regime e il permanere della monarchia non avevano né avrebbero dato. Importante era strappare un po’ più di giustizia sociale. Sentivo molto il carattere epocale, storico dei cambiamenti che avvenivano attorno a me.

A Nereto il gruppetto dei miei amici era schierato sullo stesso fronte. Uno di essi era detenuto per aver partecipato a manifestazioni di piazza, in barba alle norme ferree per la repressione popolare lasciate dal fuggiasco primo ministro Badoglio. Peppe, sottovalutando i rischi, aveva partecipato entusiasticamente alle manifestazioni di giubilo avutesi in Nereto per la caduta del fascismo ed ora era rinchiuso nel piccolo e povero carcere mandamentale, che in tutto aveva un solo custode, dove i prigionieri “politici” erano guardati con molta delicatezza: potevano ricevere visite nel cortile, intrattenersi a merenda con i visitatori ed il guardiano, ricevere e consegnare pacchi, libri. Io ne approfittai. Peppe Cianci, era la persona con cui più mi intendevo. Assieme a me e a Umberto Capretta aveva tenuto stretti rapporti con gli ebrei del locale mini-campo di concentramento, rifiutando di obbedire al Commissario di polizia che ce li proibiva. Gli incontri con lui nel carcere furono la cosa più bella che mi guadagnai col ritorno a Nereto nel periodo badogliano.

Ed eccoci all’otto settembre. Mia sorella Elsa fece quel giorno la prima comunione e la cresima. Mio nonno mi fece sedere a tavola tra due giovanette, nostre parenti, raccomandandomi di essere cortese e curare che mangiassero bene e non si annoiassero. Io invece lasciavo continuamente la tavola per ascoltare la radio: ero inquieto per quello che tardava ad avvenire e per l’insoddisfazione che mi procurava l’autoritaria conduzione del paese da parte di Badoglio e del Re. Se Adina e Lodina, le mie giovani parenti, vollero mangiare, dovettero darsi da fare: non obbedii al nonno e fui molto disattento…

Quando già il pranzo era finito ed il pomeriggio molto avanzato, ecco cominciano a suonare a festa tutte le campane del paese. Da tutte le parti si grida per la gioia: “La cara Madonna ha fatto il miracolo, ha accolto la richiesta di pace elevata dai nostri innocenti”. Io tentai di correggere quella convinzione, ribattendo che quella non era pace, che ora sarebbero cominciati i guai veri, la lotta contro i tedeschi, ma tutti si arrabbiavano e trovavano inopportuno il mio pessimismo, imputandomi di portare iella. Rimasi in via Certosa, avanti casa, e non partecipai in piazza al tripudio popolare. Cercavo di immaginare le vie che avrebbe preso la storia, i sacrifici che avrebbe richiesto, i rischi cui ci avrebbe chiamato. Ero però lontano dal prevedere la misura della viltà della classe dirigente, la completezza della sua dissoluzione, la fuga da ogni responsabilità del monarca, dei capi dell’esercito.

Pochi giorni dopo, nelle discussioni in piazza con giovani e adulti cominciai ad emergere, ad essere ascoltato. I giorni passavano e nacque una strana situazione: io “tenevo la piazza” e praticamente chiamavo alla resistenza, reclutando per la lotta partigiana. In polemica con me, a invocare saggezza e prudenza, l’Avvocato Attilio Masi, Podestà di Nereto, Patrocinante in Cassazione, Avvocato della Curia Vescovile e Monsignor Luigi Ciabattoni, Vicario Foraneo, Parroco di Nereto, rilevante consigliere e amico del “Vescovo e Principe di Teramo”. Discussione tra pari, una parità che io concedevo, poiché in realtà mi sentivo superiore, mi sentivo pulito, sentivo la forza delle idee e delle intenzioni che portavo dentro. La Patria che altri avevano sequestrato e insozzato, tornava al popolo e ne era riscattata.

Uomini adulti chiedevano, a me diciannovenne, chiarimenti sulla legittimazione di quella lotta, sui mezzi con cui sarebbe stata condotta, sui vantaggi che avrebbe portato. Continuavo a tenere contatti con gli adulti che andavano preparando l’avvio della lotta armata. Non ho mai saputo di altri reclutamenti di futuri partigiani fatti nella Val Vibrata in pubblico, alla presenza delle massime autorità del paese, nell’assenza dei Carabinieri, senza nessuna risposta fascista.

Quando partimmo da Nereto per andare alla macchia, eravamo ventiquattro: pochi con qualche esperienza militare, alcuni noti per il carattere deciso e la forza fisica, altri digiuni di esperienza e privi di qualità fisiche atte alla guerra. Gente comune, che si imbarcava su un autobus arrivato nella notte alla guida di sconosciuti, per essere trasportati in un luogo sconosciuto, che ci si sarebbe rivelato solo alla luce del prossimo giorno. Gente comune che accettava i rischi della lotta armata, che voleva tirar fuori l’Italia dal baratro in cui era stata gettata.

Quella settimana della mia vita, fu una favola. Ancora ora, ricordandola, mi sento caldo, giovane, felice. Come mi sentivo in quei momenti. Crescevo nella stima e nella meraviglia della gente, a vista d’occhio, da un’ora a un’altra, stavo come diventando un’altra persona. Probabilmente su questi ricordi influiscono la mia presunzione, il gusto adolescenziale di voler apparire un eroe. Probabilmente altri avranno ricordi diversi.

In quei giorni evitai di premere sugli amici più intimi e politicamente a me più vicini. Non volevo avere che una funzione e una responsabilità pubbliche. Nel privato gestivo solo la mia vita.

Lasciai casa ed il paesetto il giorno 22 Settembre 1943, a notte fonda. Rino, mio fratello quindicenne, era informato ma non così i genitori, la nonna, Elsa. Né erano informati Capretta, la cui famiglia piangeva il fratello morto un anno prima, e Cianci, che di lì a qualche anno sarebbe morto di tubercolosi. Loro non dovevano sapere niente, né volli che mio fratello si unisse a noi.

Il reclutamento per la guerriglia fu facilitato dalla concomitanza con un bando tedesco che imponeva ai giovani di presentarsi per prestare servizio presso la TODT e a cui molti non accettarono di sottostare.

dalle Memorie di Vincenzo Ciafrè

 (Arecurdenne Quando l’Italia non era ricca (e furba)

IL VESTITO DELLA SPOSA

Dopo l’armistizio dell’8 settembre del ’43, la guerra, che doveva essere finita, continuava più di prima. Pietro, il marito di Faustina, dopo appena cinque giorni dal matrimonio era stato richiamato giusto in tempo per essere catturato dai tedeschi in ritirata e deportato in Germania in un campo di lavoro.

Gli Americani non erano più nemici, ma erano diventati alleati, fino a qualche giorno prima avevano bombardato dal cielo, ma adesso quando passavano “a terra” sorridevano a tutti, davano le caramelle ai bambini, le sigarette agli uomini, alle ragazze la cioccolata, e alle più belle baci, carezze e qualche pacca sul culo.

La gente non aveva tanto chiaro quali fossero le forze ostili e quelle alleate e, prima ancora che come liberatori, quei soldati erano gli amici dei parenti d’America dove ogni famiglia aveva qualcuno. Per l’idea che se ne erano fatta per i vestiti e le calze di seta che gli arrivavano nei pacchi e anche i dollari dall’America, quella terra era ricca e generosa e questi americani che arrivavano erano ben visti. Le ragazze delle famiglie povere da piccole avevano sentito augurarsi di sposare un americano:

Santu Talianu, Santu Talianu, mannimi nu maritu mericanu8.

Ed eccoli gli americani, ne erano arrivati tanti e sembravano tutti disponibili! Camminavano per le vie del paese sorridenti e donna Maria che aveva il grammofono faceva suonare ad alto volume la canzone “Mamma”. I soldati si radunavano sotto la sua finestra, diventavano immediatamente seri e le lacrime luccicavano nei loro occhi, lei non senza una punta di civetteria e una buona dose di teatralità, guardava quella gioventù che pendeva dalla sua finestra. A sentire quella canzone, le mamme, quelle vere, pensavano ai loro figli al fronte, sotto i colpi della mitraglia, e il pathos diventava collettivo.

Di Angelina Brasacchio

 

TONIO

Nel 1941, avevo 18 anni, truppe italiane e tedesche travolgono la Jugoslavija.

Io mi trovavo a casa e come sempre non mancava il fermento, le mie sorelle, anche se adolescenti, volevano sapere, solo mio fratello ignaro e birichino, se ne andava al mare con gli amici. Sentivamo il peso di essere italiani, l’atmosfera di quella Jugoslavija era tragica.

Mia madre mediava, da donna molto ‘savia’e rispettosa.

Nonna Dobra, anche se un po’ ‘insempiada’ lodava i suoi due figli, con il pugno alzato e con lo slogan… “Noi accettiamo chiunque come compagno di lotta, al di là della sua fede politica e delle sue opinioni”.

All’esercito di liberazione nazionale si unì gran parte della gente del Montenegro; dell’Erzegovina e della Bosnia, per reggere l’offensiva delle divisioni tedesche e dell’esercito italiano. Andarono a combattere nella montagnosa e selvaggia zona del Durmitor, tra Montenegro, Erzegovina e Bosnia. Qui furono accerchiati dalla macchina bellica di Hitler; il movimento partigiano ebbe la peggio, anche Tito venne ferito, i fratelli di mio padre se la cavarono.

Comunque la stella di Tito ricominciò a brillare alla caduta di Mussolini e con l’armistizio dell’8 settembre del ’43. Poi ci fu l’inevitabile sconfitta della Germania.

L’esercito di liberazione si rafforzò con i volontari e un mese dopo l’8 settembre, le truppe partigiane erano praticamente raddoppiate. Si aggiunsero anche quei militari italiani che allo sbando decisero di continuare a combattere, ma stavolta contro i tedeschi.

Dalla vicina Spalato arrivavano voci nel mio piccolo paese di Trogir, che all’albergo Palace i generali italiani confusi ossequiavano gli slavi e stavano organizzando l’esercito dalmato.

La caduta del fascismo ebbe una tremenda ripercussione nelle regioni balcaniche occupate. Da un giorno all’altro decine di migliaia di soldati italiani si trovarono allo sbando; si vedevano gli italiani come traditori, predatori di teste croate. Molti di loro videro la possibilità di sopravvivere con l’arruolamento nella Brigata Garibaldi che combatté con coraggio e lealtà, accanto ai partigiani titoisti, fino alla fine della guerra.

Assistevo impotente a questi tracolli e cambiamenti. Molti miei coetanei, di Trogir, avevano lasciato la casa per arruolarsi accanto ai titoisti.

Sapevo di essere anch’io come i miei coetanei un figlio della guerra. Ero sospeso nel dubbio in continuo conflitto. Sono italiano o slavo?

Di una cosa ero certo, non amavo la violenza, non amavo la guerra, non amavo il nazionalismo e soprattutto non amavo gli eroismi; non avrei mai toccato un’arma, nemmeno avendone una puntata contro. Non ho mai avuto uno spirito avventuroso, nemmeno al liceo.

Mia moglie, mi avrebbe ripetuto che metto la testa sotto la sabbia per non vedere.

Ebbene sì, è forse sacrilegio non combattere? Non è forse meglio non accettare provocazioni?

Se tutti gli uomini si ribellassero alla guerra, forse, e dico forse, ci sarebbe pace.

Da Tonio, di Anna Maria De Lena Pavcovich, finalista premio LiberEtà 2014

 

8 settembre, la storia

L’8 settembre 1943, alle 19,42 il maresciallo Pietro Badoglio, nuovo capo del governo, annuncia dai microfoni dell’Eiar l’entrata in vigore dell’armistizio firmato con gli anglo-americani il giorno 3 dello stesso mese (conosciuto come l’armistizio di Cassibile). Dopo la sigla dell’armistizio di Cassibile, Badoglio riunì il governo, solo per annunciare che le trattative per la resa erano “iniziate”. Gli Alleati, da parte loro, fecero pressioni sullo stesso Badoglio affinché rendesse pubblico il passaggio di campo dell’Italia, ma il generale tergiversò. La risposta degli anglo-americani fu drammatica: gli aerei alleati scaricarono bombe sulle città della penisola. Nei giorni dal 5 al 7 settembre i bombardamenti furono intensi: oltre 130 aerei B-17(“Fortezze volanti”) attaccarono Civitavecchia e Viterbo. Il 6 fu la volta di Napoli. Perdurando l’incertezza da parte italiana, gli Alleati decisero di annunciare autonomamente l’avvenuto armistizio: l’8 settembre, alle 17:30 (le 18:30 in Italia), il generale Dwight Eisenhower lesse il proclama ai microfoni di Radio Algeri. Poco più di un’ora dopo, Badoglio fece il suo annuncio da Roma.

« Il governo italiano – recitava il comunicato – riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».

Fonte Wikipedia